Testi Critici

La falsità dichiarata della locuzione FAKE TOO FAKE scioglie le redini del pensiero e conduce la riflessione in un campo che potremmo definire performativo. Il titolo che accompagna le opere di Giovanni Bortolani può essere infatti concepito come una forma di ostensione, come un’indicazione, e di conseguenza, come una valorizzazione dei significanti delle immagini: carne cucita a carne, essere cucito ad essere, materia digitalizzata, controllata, addomesticata.

La bellezza lucente e uniforme delle pelli è interrotta dalla presenza di un elemento estraneo e sorprendentemente vivo. La pesantezza del reale si precipita sulla superficie potenzialmente intatta e la interrompe, la mette in questione. Gli intralci alla verosimiglianza del corpo e a una sua riproduzione mimetica sono dei vettori che fuggono dal limite individuale e vanno a incontrarsi a un livello associativo. L’integrità dei corpi è sfaldata da un agire connettivo e manipolatorio che guarda al singolo individuo come a una località interna di un tessuto e di una globalità più complessi. La serie FAKE TOO FAKE è quindi propriamente un textum, è il risultato di una tessitura avvenuta e ri-presentata, non rappresentata. L’illusione praticata e consolidata del bello viene desacralizzata da un intervento radicale, un intervento a posteriori che non si nega ma anzi viene pronunciato e annunciato.

Le figure de-strutturate presentate da Bortolani seguono tutte un medesimo principio tensivo: una comune disposizione all’esteriorizzazione, a una mescolanza dell’esterno con l’interno. I contenuti dell’immagine rivelano le consistenze e le fattezze dei grandi rimossi della cultura visiva contemporanea, positivizzando il negativo celato e disapprovato.

I tagli a vista sono allora un’enfatizzazione del valore ostensivo del titolo che per sua natura non può concettualizzare o cristallizzare la comunicazione dell’immagine in un verbum, ma al contrario può essere assimilato a un’intenzione in mostra. Congiuntamente all’azione performativa del titolo, il processo di svelamento delle singole opere traghetta il pensiero a riscoprire l’essenza antica e odorosa del MONSTRUM. Quel mostro che si dà in spettacolo, che mostra il prodigio della sua costituzione dionisiaca. Quel mostro che non ha pudore e non si nasconde, bensì viene nascosto. Essendo il mostro ciò che letteralmente osa mostrarsi agli occhi dei più, l’esperienza ricettiva di FAKE TOO FAKE corrisponde al guardare ciò che invece, socialmente, non può non essere oggetto di sguardi. La massa viscerale scoperta da Giovanni Bortolani è quindi una visione obbligata, un invito ad affrontare a occhi aperti l’OSCENITA’ del mostro.

Appropriandoci delle parole e dell’agile pensiero di Carmelo Bene, potremmo asserire che oscenovuol dire ob-skené”, stando dunque a indicare “quanto è fuori scena pur essendo in scena, cioè visibilmente invisibile di sé”1. Bene rintraccia nel deplorevole disgusto del deviante una matrice scenica e performativa. L’osceno è fuori dalla scena in quanto la sua carica esibizionistica non può essere contenuta dalla cornice dello spettacolo e della rappresentazione. La visione dell’osceno è un’esperienza non concettualizzabile e la perdita del senso (non essendoci né rappresentazione né comprensione) ne è il suo presupposto fondamentale. L’ o-sceno, è l’altrove, non essere dove si è, e Bene afferma, paradossalmente, di togliere e togliersi di scena per smarrire lo scopo per cui si è agiti, il senso e la direzione.

In maniera piuttosto affine, nel textum FAKE TOO FAKE la convenzionalità delle forme, dei colori e degli attributi hanno perso il loro senso canonico rifiutando il palcoscenico dell’immagine riconoscibile, referenziale, dell’immagine pubblicitaria che per sua essenza deve farsi ricettacolo di stereotipi, deve rappresentarli, agirli, incarnarli, recitarli.

I soggetti della serie non sono riconducibili alla conoscenza del mondo, essi si spogliano della loro portata semantica per abbandonarsi alla forza mostruosa del significante. Parafrasando ancora una volta Bene, i corpi non hanno significati bensì essi sono, sono forme significanti, sono espressioni di contenuti vivi e in-disponibili2.

FAKE TOO FAKE mette (fuori) scena il dis-essere, la dis-articolazione del corpo, la dis-trazione dall’Impero dei Segni3, la dis-funzione del linguaggio come strumento referenziale. FAKE TOO FAKE nega l’essere ai suoi soggetti dis-approvandone la verità, eppure assegna loro il pungolo fastidioso della materia che avanza e si spinge oltre la superficie piana dell’immagine.

Il lavoro concettuale e produttivo di Giovanni Bortolani è un atto quindi del togliere, del disturbare, è un atto che appartiene al regno disgiuntivo del DIABOLICO (dal greco antico dia-ballein: separare, dividere). Dal momento che diabolico è tutto ciò che smembra l’organicità dei corpi, l’azione principe di un tale movimento è senza dubbio la lama dell’anatomo-patologo che dis-integra il senso e la direzione del corpo unico. Il non-senso è dato dunque, paradossalmente, dalla volontà analitica del conoscere e del comprendere propria della scienza occidentale, quella stessa volontà di cui FAKE TOO FAKE si è servita per sfaldare il significato confezionato della bellezza finzionale e funzionale.

A ben guardare però, il taglio e la separazione costituiscono soltanto il primo momentaneo movimento antitetico di un processo sintetico, simbolico e restituivo. Originariamente infatti, il simbolo (dal greco sym-ballein) era proprio quell’atto deputato alla messa in relazione di due parti, di due metà, di due significati individuali.

Platone nel Simposio racconta: “Zeus, volendo castigare l’uomo senza distruggerlo, lo tagliò in due. Da allora ciascuno di noi è il simbolo di un uomo, la metà che cerca l’altra metà, il simbolo corrispondente”4

I mostri compositi mostrati da FAKE TOO FAKE ricordano quindi la natura profondamente connettiva e tensiva dell’essere umano, la viscerale disposizione all’altro da sé, essendo l’altro puro simbolo della propria intima congruenza, pienezza e conformità. Solo nell’abbraccio simbolico e nell’incontro può darsi l’appagamento dei sensi e della ragione umana:“Siamo interpreti di una cosa sola che ci lega tutti e si muove con noi, come un’onda. Energia che sopravvive al nostro corpo che ci è dato in prestito. E che prima o poi restituiremo”5

Amsterdam, 08.05.2010, Sara Giannini


1 Bene C., video, partecipazione dell’artista al Maurizio Costanzo Show, serie “Uno contro tutti”, 27.06.1994; disponibile su www.youtube.com [data ultimo accesso 07.05.2010].

2 Bene C., video, La macchina attoriale, a cura di Pietro Ruspoli & Tonino del Colle per RAI DUE; disponibile su www.youtube.com, [data ultimo accesso 07.05.2010]

3 Barthes R., L’Empire des signes, Skira, Paris, 1970; tr. it. Barthes R. L’Impero dei segni, Einaudi, Torino, 2002.

4 Platone, Simposio, 191d.; ed. it., Calogero G., (a cura di), Laterza, Bari-Roma, 2005.

5 Bortolani G., FAKE TOO FAKE, Artist Statement.

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Da meat Loaf al pop surrealismo di Mark Ryden, fino alla Fura del Baus.
Il fotomontaggio glamorous di G. Bortolani

Nelle società emergenti già emerse e avanzate, economicamente benestanti e con un PIL a due cifre che l’Europa invidia, che erroneamente chiamiamo “paesi in via di SVILUPPO”, iniziamo  a vedere apparire persone sovrappeso o deformi, mai viste in luoghi sacri della bellezza come ad esempio la Cina e il Brasile. Ecco apparire in massa la carne come alimento quotidiano, dello spirito e del corpo. E’ l’effetto della globalizzazione della carne, innalzata dall’occidente a status symbol del benessere.

E’ con un colpo di coda e uno di genio che FAKE TOO FAKE, progetto che nasce dal visionario G. Bortolani, nutre il nostro sguardo avido di immagini, cattura personaggi glamour, modelle, modelli e celebrities come fossero selvaggina della carta patinata e ci allieta con libagioni e leccornie, proposte “SOFISTICATE” di GOURMET che si riforniscono di rari personaggi, esemplari stilosi e glam intercettati anche nel tempio che dagli anni ottanta è meta del trend del capello “bello” a Milano.
Le prede vengono clonate e sublimate dallo scatto fotografico, riesumati dal jet set e meticolosamente cucite, squartate, ricucite e rimontate, restituendole al carnivoro fruitore come fossero nuove creature, CHIMERE dello spettacolo integrato.
Non si tratta di cultura o sub-cultura splatter o “mutante”, horror o trash ma di un’operazione di riattualizzazione delle tecniche che i maestri del cubismo analitico, Braque e Picasso avevano previsto, rilanciate poi dall’impulso rovente delle visioni di Man Ray e Bunuel  che colsero l’efficacia dell’inganno dell’occhio.
E’ cosi che Il figlio prodigo del collage, il FOTOMONTAGGIO, riacquisisce gli onori e la ribalta del patinato e una nuova dignitosa vita dopo essere stato a lungo surclassato da “photoshop” e definitivamente narcotizzato dai programmi di fototouch disponibili oramai anche sul telefonino più basic dei nativi della rete e degli assidui frequentatori del web 2.0.
Ci viene così restituito lo SPETTACOLO della CARNE, attraverso il linguaggio più POP dei media che hanno evoluto l’essere umano da cacciatore a cacciato. Una deriva new pop antropomorfa e surreale che si colloca in modo deciso nella riserva indiana della cultura occidentale alta.

Christian Gancitano, operatore culturale.

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Splendide modelle, volti noti dello spettacolo sfilano davanti ai nostri occhi, con pose che rispondono agli stereotipi dell’immaginario mediatico: sguardi seducenti, espressioni intriganti, atteggiamenti da foto patinata. Il primo sguardo passa rapido, in una frazione di secondo… ma poi eccolo lì, quasi improvviso, certamente inaspettato, arriva l’elemento di disturbo, l’imponderabile. È carne vera quello vediamo? Sono cuori, cervelli, ferite, tessuti connettivi reali? Per quale spiacevole gioco la bellezza da prima pagina di questi giovani modelli è stata deturpata in questo modo? Subito spostiamo lo sguardo, scappiamo lontano, almeno per un istante, ma poi, inevitabilmente, torniamo. Torniamo a guardare e a riflettere e a ricomporre l’immagine, ricostruendola secondo un nuovo, potentissimo, senso estetico, libero da quei clichè dei quali, è meglio ricordarlo, i nostri occhi e la nostra mente sono (in)consapevolmente schiavi. In quelle ferite aperte, in quelle cicatrici, in quei brani di carne viva risiede la vera umanità dei personaggi ritratti che hanno deciso di mettersi a nudo, di lasciare che un artista, Giovanni Bortolani, cogliesse le pieghe più profonde della loro personalità, esponesse allo sguardo del pubblico – quel pubblico che ama così tanto ammirare la loro immagine da copertina – le loro più profonde paure e i loro più “orribili” difetti… paure e difetti che poi, se osservati da vicino, non solo non sono poi tanto orribili, ma sono anche la vera, tangibile, essenziale prova della loro appartenenza al genere Umano. A pensarci, tra l’altro, non è questione che riguardi solo le cosiddette celebrities. Ci sono i nomi, certo, i volti noti dello spettacolo, ma accanto a loro ci sono uomini e donne, gente qualunque, comunque figlia di una società che troppo spesso si ferma alle apparenze, ha il timore di scavare nel profondo, di arrivare alle viscere o, più semplicemente, di toccare il cuore. È straordinario, a questo proposito, il gesto con cui Nesli, giovane esponente della scena rap italiana, offre allo spettatore un grosso cuore palpitante. Non stupisce scoprire, ascoltando una sua breve intervista, con quale partecipazione abbia vissuto l’esperienza, comprendendone il senso più profondo.

Un difetto che si fa pregio; una ferita che diventa mezzo di espressione; un nuovo modo di comunicare il proprio essere; un atto d’amore, ma direi anche di umiltà, uno svelare se stessi gettando la maschera. E i risultati sono davanti ai nostri occhi, in immagini che valicano i confini del tempo, mettendo in scena un’umanità frutto di un fotomontaggio eppure fatta di carne e di sangue, immaginifica e assurda, eppure tangibile e sincera.

Dal punto di vista formale e stilistico, la ricerca di Giovanni Bortolani affonda le radici nella cultura figurativa d’avanguardia accompagnandola ad atmosfere strettamente contemporanee. Molte affinità elettive avvicinano queste immagini all’universo surrealista, dalle bambole inquietanti di Belmmer, ai mobili antropomorfi di Dorothea Tanning, fino alla deformazione di molte figure di DalÍ. Come non pensare anche, e soprattutto, agli autoritratti di Frida Kahlo, alle atroci immagini del corpo dell’artista straziato, spezzato, aperto, rivelato al pubblico in tutta la sua sofferenza – una sofferenza mentale ancor più che fisica –, e alla ricerca di molta Body Art, in particolare, è un dato interessante, di quella proposta da performer femminili, più sensibili al tema del corpo e della sua percezione/esibizione/liberazione. Per certi aspetti le figure di Bortolani sono figlie di quel genere che Jeffrey Deitch in una celebre mostra itinerante del 1992 ha definito “Post Human”. Nel suo testo critico di accompagnamento alla collettiva, Deitch parla di “realtà, fantasia e finzione” che “si stanno fondendo per un nuovo modello di organizzazione della personalità” e osserva che “analogamente all’avanguardia della nostra società, molti artisti più interessanti delle giovani generazioni si confrontano con le nuove concezioni del corpo e le nuove definizioni dell’Io”. Nascono in questo contesto, in questo nuovo universo post-umano, ad esempio, le mostruose figure geneticamente modificate dei fratelli Chapman, la visionaria serie Cremaster di Matthew Barney ma anche le invasive operazioni cui Orlan sottopone il proprio volto per assumere ogni volta nuove, spaventose, sembianze. “Nel futuro gli artisti”, scrive Deitch, “non saranno impegnati solo a ridefinire l’arte. Nel futuro postumano gli artisti potranno essere coinvolti nella ridefinizione dell’esistenza stessa (…). La ricerca dell’assoluta verità di sé è stata sostituita da una continua ricerca di nuove alternative (…). La decentrata realtà televisiva, di cui noi facciamo esperienza, con la sua frammentazione, molteplicità e simultaneità, aiuta a radicare in noi il senso che non c’è un bello ‘corretto’ o ‘vero’ di se stessi”. Ed è proprio qui che si marca la differenza profonda tra la ricerca di Bortolani e quella di questa generazione di artisti impegnati sul fronte del post-umano. Quella messa in scena da Bortolani non è un’alternativa all’umanità, il frutto di una modificazione genetica o di un esperimento da laboratorio. Quella messa in scena di Bortolani è l’umanità più vera e naturale. L’archetipo stesso dell’uomo: con i suoi pregi e i suoi difetti, con le sue paure e le sue sicurezze, con il suo corpo e la sua anima… Perché, come suggerisce la pittrice Jenny Saville, “Cosa sarebbe la bellezza, se fossimo tutti uguali?”.

Simona Bartolena

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